SEGRETI

Come un bimbo pronto al tuffo Nicola è sul bordo del molo consumato dalle mareggiate. L’inferno scorso, così dicono qui in tono scherzoso dell’inverno passato, ce n’è stata più d’una. Nicola guarda i delfini muoversi piano nell’acqua apparentemente immobile, si vedono di tanto in tanto le pinne dorsali, i più in genere quando affiorano così non s’accorgono che ci sono, saranno cinque o sei, non li conta, non importano i numeri in questo caso. Si chiede perché siamo così sensibili ai delfini e perché mangiamo con indifferenza tonni, spada, alici, totani, cernie, polpi. Che ipocriti gli esseri umani! pensa mentre s’incammina verso l’ape verde ormai ruggine, la salsedine non risparmia niente, la pelle qui prende il sapore del mare, si consuma prima, si consuma meglio. È il penultimo giorno di relax: le solite fortunate scopate estive, le ubriacate sempre meno, come le abbuffate di conigli alle mandorle e pesce e fichi e prosciutto e gamberetti della grotta dei gamberi. A quest’ora del tardo pomeriggio alla cappella della Madonna Pellegrina ci sono lui, i ficodindia e il piacere dispiacere sempre più preponderante di non sentirsi più nessun luogo. Passi spediti s’avvicinano, è Tonino che da un po’ non ha più l’età di un bambino, ha una donna, ha donne come dice lui, gli porta qualche totano che ha pescato nel pomeriggio, Nicola ne prende uno. Nicola e Tonino: l’uno gli insegna a fare foto e cerca di convincerlo a leggere, l’altro gli insegna a pescare e a conoscere sentieri poco frequentati: «Dove non s’incontrano quelli che ci fanno santiari».

Si sente già l’odore dei totani sulla brace, mentre prepara il pinzimonio pensa che deve esistere un modo per non ritrovare parti della tunica dell’aglio per giorni nei posti più impensati della casa ogni volta che cucina, ma sa che è un segreto che solo alle donne, come un’alchimia che si passa da strega a strega, è dato sapere. I due totani sono quasi pronti, Tonino gliene ha lasciato uno in più, sarebbe passato per cenare con lui: «non si preoccupasse porto il vino del nonno».
La mente di Nicola vaga mentre finisce una birra già calda: Fra pochi giorni resteranno solo quei pochi che ci vivono, tornerà una pace rubata per sempre, si aspetterà invano che sbarchi qualcuno, invano che dal buco del culo della nave esca chi si è amato d’estate, che escano le voci e le risate fatte sui bisuoli ormai sbiancati e umidi di malinconia, le stesse braccia fredde calde sudate bagnate, quegli occhi da straniera, quella pelle diversa: morbida, liscia, chiara, bianca, sedante. Silenzi carichi d’echi allungheranno giorni e notti già lunghe, ma niente si butterà, si congelerà, si “salerà”, non come un tempo quando si buttavano le aragoste morte via dalle vasche perché la nave non arrivava e non arrivava per il cattivo tempo, «E ce ne erano e ce ne erano, le prendevamo a riva con le mani!». Silenzi che si espandono e riecheggiano. Non incontrare anima altra per settimane, mesi se si vuole. Forse a Filo dell’Arpa le streghe dai tempi dei tempi nelle notti di luna piena pronte all’amore, non altro, nessuno nessuno. Case ben arredate, vuote e chiuse. Qualche rudere ambito. Solo pochi uomini e donne e bestie disposti a non salutarsi per i più futili motivi. Comunque in simbiosi con la terra, il mare, la lava. “Si espandono nel paesaggio” come ha detto Jung: “Antichissimi figli della madre”.
Tonino arriva a spazzare i pensieri. «Dai, è cotto, a tavola!». Si mangia senza quasi dire parola, Tonino finisce tutto quello che c’è, anche il pezzo di totano che non mangia Nicola. A nord di Punta Lamie si vedono lampi spezzare il buio, infilzare il mare, «Anche questa passa lontana». Sparecchiano, Tonino racconta dell’asino che lavora bene, di Nico il nipotino che allattava l’agnellino e lo abbracciava. Qui gli animali sono trattati da umani e da bestie. «Il nonno parla di vendemmia, prepara l’attrezzatura; alla fine è bello: si sta insieme, si suda, si ride, si bestemmia. Prima di partire lo passi a salutare?»
«Certo!»
Spengono le luci e scendono verso Punta Lingua.
«Lo sai che d’estate qui ci passano circa cinquemila turisti?»
«Per questo ti porto sempre dove non c’è nessuno che ci possa far santiari». La serata è sempre la stessa, si beve, si parla, i più fortunati si appartano, gli altri cercano di ballare, poi Tonino scompare cu na femmina. Nicola decide di andare alla spiaggia di Pietra Lisca con altri, c’è una festa. È quasi giorno, ma non va a dormire. Si fa lasciare da conoscenti al Santuario della Madonna del Terzito. Sale a Fossa delle Felci. È bello guardarle tutte insieme, e anche oltre, prima di andarsene; la prima volta che ci salì era un fine settembre, non era solo, ma non vuole ricordare con chi era. Quello che si prova quando si raggiunge il Nirvana dev’essere qualcosa di simile, pensò, senza neanche ben sapere cosa fosse o non fosse il Nirvana. L’alba era tersa, come donna elegante che ti è così vicina che ne senti la grazia come se fossi fra le sue braccia, un senso di benessere, di comprensione. La sommità di un vulcano spento: «Perché si spengono i vulcani! Perché ci spegniamo!» Una magnanina zampetta fra i rami di un cedro, niente è vuoto di vita. Dietro quel niente, quel bianco azzurro: il continente, spesso, si vede anche. Quante volte ha pensato: vorrei quella gente felice, anche per una sciocchezza, un’attenzione ricevuta, un’azione decente, una mano tesa, un regalo inaspettato, anche per una vittoria della squadra del cuore: sentire quel boato di gioia selvaggia, feroce, stupida, quel inconscio tribale, quella liberazione che non si crede possibile per null’altro, quel morire di gioia, quell’odio dell’altro. Ma lo sa, ci sono due squadre, una vince, una perde; ma che per una volta, una volta almeno ci fosse una vittoria per tutti! Neanche un pareggio basta: un pareggio non vale niente se sei in vantaggio per quasi tutta la partita, vale una vittoria se in svantaggio fin quasi al novantesimo. Piscia come un animale, senza guardarsi intorno.
Dorme tutto il pomeriggio, è Tonino a svegliarlo: «Il nonno dice che ceni da noi stasera!»
«Certo!»
L’odore dello zolfo è inatteso e intenso, è cambiato il vento; è sottovento alle fumarole sulfuree, non bisogna mai perdere le speranze, se così non fosse nessuno vivrebbe su queste terre. La malvasia che beve a fine cena è la più buona che abbia mai bevuto, è accompagnata dalla sbriciolata di mandorle raccolte dall’albero che li protegge dal sole e dall’umidità. Lasciano gli avanzi ai cani. «È la paura che fa perdere» dice il nonno: «non fa muovere nel giusto: si deve rispettare, non avere paura», versa ancora da bere. La nonna fa per togliergli la bottiglia di tra le mani, ma lui la tiene con forza: «Pure il medico ha bisogno del medico» la previene prima che lei inizi a parlare.
Nicola beve e prende un altro pezzetto di dolce: «L’aria s’è fatta fresca» dice mentre indossa un giacchino.
«Qui l’estate non finisce mai, come l’inverno»
«Che volete dire?»
«È tutto dint’a testa!». Bevono ancora e intanto del dolce non restano che briciole per le formiche. Si iniziano a sentire i volumi alti delle discoteche e dei bar. Il nonno immagina le sconcezze dei ragazzi e delle ragazze: « Felici per niente o per finta. Qui una volta si coltivava la terra, ora si guardano i minni. Ci sono delle cose per te, non dimenticare di prenderle prima di andare. Io vado a dormire».

L’aliscafo è dietro Capo Graziano all’altezza delle Punte, attraccherà tra poco: «Tonino ti racconto un segreto che non deve sapere nessuno»
«Ciò che vuoi non si sappia, non dirlo!»
«Chi te le dice queste cose?»
«Il nonno»
«Il nonno non ha solo il vino e i pomodori buoni».
Tonino non ama i saluti, appoggia il bagaglio ai piedi di Nicola: «Ho da dare da mangiare agli animali e lavare il cane» gli dà una pacca sulla spalla e se ne va. Da lontano: «Lasciamo che i segreti restino segreti!».

Natale D’Alterio 31 agosto 2019

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